I Love Aletsch (3°)

Panorama
Divertimento
Impegno fisico
Difficoltà tecnica
Media

La nostra vacanza è stata stupenda, ma la vera ragione che ha spinto il nostro camper fino alla Svizzera e a svalicarla, è stato lui, il signore dei Ghiacciai delle Alpi. Lungo 9km e largo in alcuni punti 1,5km, ci ha ammaliato, rapito, incantato, in uno scenario di potenza e terrore. Il ghiacciaio dorme d’inverno, va il letargo, ma d’estate è vivo, respira, si assottiglia nelle miriadi di cascate e fiumi che da lui nascono, muta e si contorce. Una cosa bellissima, una creatura temibile.

Modifichiamo l’intero viaggio estivo solo per lui e per il meteo che ci da speranza. Aspettiamo un giorno, aspettiamo due giorni, ma il terzo è solo sole, neanche una minima nuvola o traccia di vapore acqueo. Si va sul ghiacciaio patrimonio dell’Unesco, si va sull’Aletsch.

Spostiamo il camper fino a Fiesh alla partenza della Funivia per Fiescheralp. Costo del parcheggio a pagamento tutto il giorno, 6 franchi, finalmente economico. Costo della funivia per due, 40 franchi, ma ormai siamo preparati.

Fiescheralp è un paesino minuscolo con una vista fantastica, nota località di villeggiatura sciistica da cui partono i trekking per il ghiacciaio. Ci incamminiamo con dietro un po’ di turisti, comunque sempre meno che a Zermatt. La vista è bella e la giornata magnifica. L’aria punge. Arriviamo ad una galleria scarsamente illuminata, riusciamo a schivare le persone ma non le pozzanghere. Usciti dalla galleria il paesaggio cambia letteralmente. Passiamo dal lato della montagna al suo cuore. La strada si divide, una torna indietro ed una scende. Il single track in discesa non è ripido, ma molto sassoso. Sergio è già giù, io stento un po’senza protezioni, ma lo seguo. Mentre guardo la mia ruota anteriore, cercando ci capire se passerò anche questo ostacolo, alzo lo sguardo e mi ritrovo Sergio fermo, quasi lo prendo in pieno. Respirando e pensando che anche oggi sono viva per miracolo, finalmente mi domando perché si è fermato così in mezzo la strada, guardo oltre e lo vedo, lui, il ghiacciaio. Li per li non lo metto a fuoco, cerco di capire dove inizia e dove finisce, le dimensioni, la sua altezza, come è fatto, ma lui è adimensionale, è infinito, è lunghissimo, non ha capo e ne una coda. Una cosa unica, incredibile, che mi chiama a se. Ed io giù verso di lui. Quando mi riprendo dal canto della sirena cerco Sergio e ovviamente è già molto avanti. Lo vedo buttarsi a capofitto verso il ghiacciaio, lungo una discesa che io solo a guardarla, decido saggiamente di lasciare la bici e percorrere saltellando a piedi. Penso “Sergio è sicuramente ancora sotto l’effetto del canto della sirena” e mentre mi sbraccio per dirgli di tornare indietro, che quello non è un sentiero per la bici, lui scompare dietro le rocce. Io a fatica vado giù verso il ghiacciaio, mi fermo, scatto foto, mi incanto, poi mi arrampico, cerco un modo per scendere veloce, salto fiumiciattoli, evito pareti lisce, aggiro rocce rese viscide dalle alghe, nate dalla perenne presenza di acqua. Mi chiedo se rivedrò Sergio o se ha proseguito in quella che è una caverna enorme creata dall’invidia del sole, nei confronti di sua maestà Aletsch. Man mano che mi avvicino la caverna si ingigantisce, è alta almeno 3-4 metri e si sente un forte rumore di acqua, un fiume sotterraneo che scorre sotto il ghiaccio. È la vita che il ghiacciaio dona all’umanità. Mentre mi emoziono difronte al senso della vita, cerco Sergio e me lo trovo al lato, seduto a terra. Li per li sembra anche lui riflettere, con una sguardo perso nel vuoto, sul perché noi esistiamo, ma man mano che mi avvicino, sulla sua faccia prende forma una smorfia di dolore, ormai solidificata. Io scoppio a ridere come una matta e lui mi guarda malissimo. Gli chiedo come è andata la discesa, e mi mostra sul cellulare l’ultimo video fatto dalla GoPro.

Alche rido con le lacrime agli occhi. Guardiamo le basi di questo gigante, ci avviciniamo alla caverna, ma non andiamo oltre per timore di svegliarlo. Li sentiamo i suoi rumori, acqua impetuosa, sassi che rotolano, pezzi di ghiaccio che si staccano. Cerco di fare la pavida e avvicinarmi a lui, ma alla fine lo accarezzo e me ne vado.

Bene ghiacciaio toccato è ora di tornare indietro e continuare il nostro giro. Io sgambetto felice priva del peso della bici ma Sergio mi segue con la Bunshee di 15kg sulle spalle. Per dimenticare l’onta della caduta mi supera con uno sguardo felice e di sfida negli occhi, mentre io scivolo su una pietra. Che dire, Sergio con la bici sopra o sotto, ha sempre più equilibrio di me!

Riprendiamo il giro abbandonato per toccare il ghiacciaio, ma la goduria dura poco, perché ci tocca salire con bici in spalla su un sentierino verticale e di tanto in tanto arrampicare. Vediamo due bici scendere, comunque a piedi, ma mi sorge il dubbio che abbiamo sbagliato verso. Ovviamente proseguiamo. Arrivati in cima ci rendiamo per la prima volta conto dalla geometria del ghiacciaio, delle sue forme, che si allungano e restringono, che si dissolvono in una curva per continuare sicuramente dietro. Foto, foto per ricordare tutto. Dopo aver compreso l’immensità del ghiacciaio metto a fuoco la vista e noto qualcosa che si muove sulla superficie, non sono altro che uomini in cordata che ci stanno camminando sopra e ripenso alla caverna gigante ed alla possibilità che cadano in un crepaccio fino al fiume che vi scorre sotto. Guardo Sergio felice di sapere che non siamo le uniche rotelle mancanti da queste parti e riprendiamo il giro.

Gli svizzeri hanno creato questo single track magnifico che corre per buona parte sopra il ghiacciaio, purtroppo per noi è assai ostico, c’è gente e molti tratti a spinta, non riusciamo facilmente a prendere il ritmo. Sarà anche perché mi fermo ogni minuto a fare foto????!

Arrivo davanti all’ennesimo gruppo di turisti. Mi fermo diligentemente pronta ad accettare le critiche e gli sguardi feroci come i precedenti già passati, quando questi mi stupiscono. A differenza degli altri, degli spagnoli carinissimi non solo si sono buttati sulle pareti del sentiero per farci passare, ma ci incitano a gran voce facendoci mille complimenti e qualche foto. Sergio gongola e passa come un funambolo tra i turisti ed il dirupo. Tutti poi si girano a guardare me con tanti elogi per una donna biker. Non sapevano che in realtà pensavo di passare a piedi, ma i loro sguardi sono carichi di fiducia, come deluderli. Il mio coraggio è messo alla prova e non posso fare a meno di tentare. Cerco di guardare avanti come Sergio mi dice sempre e non sotto verso il ghiaccio e di non pensare a cose come “se sbaglio finisco direttamente sopra l’Aletesch a 15m metri sotto, che figo!”. Pedalo, una, due, tre persone, sono euforica di essere quasi giunta alla fine, vedo finalmente riconquistare la mia sicurezza, accelero, ma scopro che un omone grosso non è riuscito a scansarsi troppo e non solo, mi accorgo di avere un manubrio da Free Ride. Mai prima di allora ho realizzato le vere dimensioni di un manubrio da discesa. Che fare? I piedi a terra non li posso mettere, se acciacco l’omone già mi vedo la benevolenza del gruppo tramutarsi in ferocia contro i bikers, se vado in direzione opposta immagino il gruppo piangere una bikeressa “spiaccicata”. Ho deglutito, trattenuto il respiro, guardato avanti, oltre, fino al mio amato camper che mi aspetta alla fine del giro, dato mentalmente un gancio destro alla mia fifa e sono andata dritta. Passata il gruppo, viva, sono scesa dalla bici esausta. Ho pensato che ero di nuovo un miracolo, me, tutta intera.

“Ciao Aletsch ci sei piaciuto, ma questo sentiero lo finisco volentieri”. Finalmente dopo un’ultima rampa a piedi, il sentiero abbandona la lingua di ghiaccio e curva verso valle. Ed ora giù per una discesa, ripida, scalini, sassi, un vero divertimento, dove la caduta più grave è su un morbido prato. Con questa discesa realizzo che, il giro è stato fatto nel verso giusto.

Torniamo a Fiescheralp, ci prendiamo una bella birra con Wurstel. Brilla e felice di poter dire anche stavolta ce l’ho fatta, decidiamo di non fare la DH per scendere, sarebbe troppo facile ed imbocchiamo un sentiero verticale che scende fino al parcheggio. “Ma si, che ci importa, siamo vivi andiamo qui che non ci piacciono i sentieri artificiali!”. Il single track dapprima molto carino si rivela una infinita serie ti tornanti, al limite del nosepress, che io non so assolutamente fare. In molte curve strette, metto il piede a terra e giro il posteriore della bike. Sono stanca, ma non mollo. Sergio per rompere la noia, da avanti passa dietro e decide di riprendermi, così che io possa poi capire dove sbaglio. Mi riprende proprio nell’apice della mia tecnica, un po’ grezza ma assai efficace. Sfido chiunque ad imitare!!

La degna conclusione di una giornata da brivido. E ancora penso che sono sempre viva e tutta intera.

Finita la serie di tornanti inizia la via crucis, senza scherzo, una di quelle con tutte le soste alle edicole. Ma anche in senso letterario una discesa tecnicissima ma non troppo ripida, su cui mi ritrovo sola perchè Sergio se l’è fatta a velocità goduria massima. Arrivata alla fine, anche con estrema mia soddisfazione, lo trovo chiacchierare con un ragazzo che scuote la testa e ci chiede come c’è venuto in mente di scendere da quel lato, visto che c’era la bellissima DH e lui è un biker e sa benissimo di cosa parla. “E già Anellomancante fatto di Rotelle Mancanti, dove c’è venuta l’idea???????? 😉 ”

E va bene, una giornata così mi rimarrà sempre nel cuore. I LOVE ALETSCH!

Total distance: 29.15 km
Max elevation: 2383 m
Min elevation: 1101 m
Total climbing: 679 m
Total descent: -1816 m
Total time: 07:35:48
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